"Giramondo libero - In viaggio con la Vespa o con lo zaino". Prima di copertina del secondo libro (

"Giramondo libero - In viaggio con la Vespa o con lo zaino". Prima di copertina del secondo libro (
"Giramondo libero - In viaggio con la Vespa o con lo zaino". Prima di copertina del secondo libro (maggio 2006 - "Giorgio Nada Editore") 384 pagine - formato cm 14x21.

sabato 23 maggio 2020

NOVITà  editorialI
(MAGGIO 2020 )

Il drammaturgo romano Publilio Siro, disse: <<Quando si agisce cresce il coraggio, quando si rimanda cresce la paura.>> È meglio quindi agire, piuttosto che continuare a rimandare. Ho scritto dei libri ma appartengono al passato, pertanto adesso, che ho 68 anni suonati e quindi sto avviandomi verso la vecchiaia, penso che sia giunto il momento di dare il meglio di me stesso nel campo editoriale. Questo nuovo progetto raggruppa quasi mezzo secolo di miei viaggi… passando dalla Vespa allo zaino, dal sacco a pelo al trolley. Qualcuno potrebbe farmi notare che a 68 o a 69 anni dire che ci si avvia alla vecchiaia è esagerato. Ha ragione: io non mi sento per niente vecchio, anche perché chi mi conosce sostiene che non dimostro gli anni che ho. E so pure che questa età non è considerata vecchiaia, però in proiezione futura sarà così. Pertanto questo libro racchiude un po’ la mia vita di viaggiatore... ecco perché parlo di vecchiaia. Del resto Albert Einstein disse che un uomo è vecchio quando i rimpianti, in lui, superano i suoi sogni… ed io non ho ancora smesso di sognare.
Fra pochi giorni, probabilmente a giugno, sarà pubblicato il mio 4° libro che è intitolato È meglio che vada sulle vie del mondo – Dalla Vespa allo zaino, dal sacco a pelo al trolley, da parte della veronese Aletheia Editore. A loro ho presentato un’impaginazione da prendere come campione di riferimento, composta da 352 pagine per un formato di cm 15 x 21. Il formato è quello che mi è stato indicato dalla Casa Editrice, sul numero di pagine non so se alla fine sarà applicata questa mia idea o che possa essere ridotta di un sedicesimo. Al momento non lo so e spero che fili tutto liscio… perché con le Case Editrici le sorprese sono dietro l’angolo.
Su Aletheia Editore è bene considerare che oltre a essere su grandi store on-line è anche presente nelle librerie come Feltrinelli, Mondadori, Rizzoli… eccetera. Le premesse per fare bene ci sono tutte, poi toccherò con mano sul lato concreto e solo allora tirerò le conclusioni: mai vendere la pelle dell’orso prima del dovuto.
A ogni buon conto in un modo o nell’altro questo libro ormai va in porto, perciò adesso devo pensare all’altro volume, ossia alla continuazione diÈ meglio che vada sulle vie del mondo – Dalla Vespa allo zaino, dal sacco a pelo al trolley. A proposito, adesso penso che possa svelare anche il titolo del prossimo libro che cerco di far pubblicare: Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio, di cui qui di seguito scrivo la Sinossi:

In Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio c’è quasi mezzo secolo di viaggi: l’idea iniziale era di presentare un unico volume ben corposo. Solo che sarebbe un libro troppo lungo e difficile da vendere. Tutto questo ha portato a una soluzione concreta: considerando che c’è tantissimo materiale, anziché farne uno solo con più di 550 pagine – una cosa tra l’altro utopistica – si pubblicano due libri. Di solito questa soluzione è più gettonata per la narrativa, ma può funzionare anche per una sorta di diario di viaggio… come in questo caso. I due libri sono una staffetta, un unico filo conduttore, perciò questo è la continuazione di È meglio che vada sulle vie del mondo – Dalla Vespa allo zaino, dal sacco a pelo al trolley.
Il progetto passa dai viaggi fatti su una vecchia Vespa 200 Rally alla volta sia di Capo Nord (1976) sia dell’India. Quest’ultima avventura, in sella alla solita e acciaccata Gigia, è durata 334 giorni verso Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e Nepal: 23.084 chilometri, dal 21 agosto 1977 al 20 luglio 1978. Si narra anche di autostop fatti nel deserto del Sahara su vari veicoli compreso un camion strapieno fino all’inverosimile, di viaggi faticosissimi su deteriorati tassì-brousse e su sovraffollati treni nell’Africa nera, di navigazione dei fiumi dell’Amazzonia su malridotti battelli, autostop in Patagonia e nella Terra del Fuoco, esperienze nel profondo Cile, viaggi sulle Ande boliviane e peruviane, visita alla miniera di Potosì, disavventure in Madagascar, strane vicissitudini nelle Filippine, il Cammino Portoghese fatto assieme alla figlia adolescente, il ritorno in Portogallo ma stavolta con la moglie, l’autostop nel 1979 verso la Sicilia, l’incontro con il figlio di Roberto Patrignani, curiosità varie come il ritrovarsi dopo tre decenni con alcuni personaggi.
Oltre a questi racconti, sono pure incluse informazioni e consigli pratici da ritenersi preziosi per un giovane che voglia avventurarsi ovunque nel pianeta, senza appoggiarsi a una struttura organizzativa. Alcuni sono viaggi spartani e all’avventura, ma un’avventura semplice e più a misura d’uomo dove non è necessario trasformarsi nel Rambo della situazione. Giorgio di viaggi ne ha fatti parecchi, nei modi più impensabili, è passato dalla Vespa allo zaino (in entrambi i casi con il sacco a pelo appresso), alle scarpe da trekking, per poi trovarsi con lo trainare un trolley. Ecco, qui sono raccontate tutte queste diversità della maniera di muoversi.

Di questo libro che dovrà germogliare, qualora possa interessare si consideri che ho già pronta l’impaginazione grafica: formato cm 17 x 24 pagine; 272 pagine. Riguardo a questo Secondo Libro della serie, Federico Faccioli, il patron della Aletheia Editore, è stato chiarissimo: indipendentemente dalla buona riuscita o meno del Primo, non pubblicherà l’altro libro. Purtroppo. Perciò non è ancora finito, giacché devo trovare chi pubblichi il Secondo Libro. Non mi arrenderò, poco ma sicuro. Infatti, il botto è fare anche il Secondo Libro, che è il seguito e averne solo uno sembra una vittoria zoppa. In tutta sincerità per me non è importante quale Casa Editrice pubblicherà il Secondo Libro… l’importante è che si faccia con un altro editore serio. Penso a Giorgio Nada Editore: nel maggio 2006 mi pubblicò Giramondo libero - In viaggio con la Vespa o con lo zaino (https://www.facebook.com/Giramondo-libero-In-viaggio-con-la-Vespa-o-con-lo-zaino-1888098124540805/), che ha 384 pagine, un libro impaginato da me stesso (tranne la copertina), solo che adesso di pagine ce ne sarebbero da aggiungere parecchie in più. D’altro canto non posso rivolgermi ancora a Giorgio Nada Editore, considerando che stavolta il libro ha ben poco da spartire con loro. Perché non più Giorgio Nada? Perché è un Editore specializzato in libri su auto e moto, e in questo mio ultimo libro tale argomento occupa grosso modo i 2/5: troppo poco per interessare a loro. Ho un buon ricordo della famiglia Nada, sia nella loro sede a Vimodrone sia nel negozio – Libreria dell’Automobile – ubicato a Milano, nella centralissima corso Venezia: una volta era al numero 43 per poi passare di recente al 45. Oltretutto va ricordato che nel 2020 corre il 50° anniversario di vita di questa storica Libreria: tutto iniziò, infatti, nel 1970. Purtroppo, proprio quest’anno diamo l’addio all’editore Giorgio Nada, punto di riferimento per tutti gli appassionati di libri sui motori. Infatti, era nato ad Alba settantasette anni fa e lo scorso 6 maggio è morto a Milano di Covid 19. In me c’è una grandissima tristezza.
Tornando a noi, visto l’andazzo dovrei sperare solo in un colpo di fortuna come per esempio trovare uno Sponsor… ma io con la fortuna di solito non ho feeling. Tuttavia c’è un’altra possibilità, suggeritami dal caro Tony Brando che mi segue da più di sei anni dalla Svizzera, ossia la pubblicazione cartacea attraverso la piattaforma “Kindle Direct Publishing” (KDP). Se è ben gestita è una genialata, soprattutto a livello economico… peccato solo che io non ne capisca granché, né come si procede con la stampa e la rilegatura, né come fa l’autore ad avere delle copie, o se deve pagarle a prezzo pieno, o con che criterio si stabilisca il prezzo di copertina. Accetto buoni consigli da gente esperta.
Propongo quindi due versioni:
1)  solo testo salvato in formato “docx” (con il font “Times New Roman” corpo 12);
2)  impaginazione grafica pronta per la stampa.
A questo punto, però, avrò un problema nel presentare l’impaginazione ancora per conto mio – come nel 2006 per il mio secondo libro –, senza coinvolgere mia moglie (ex grafica editoriale). Nel 2014, invece, mia moglie la coinvolsi e impaginò – tra l’altro in maniera stupenda – il libro sul Cammino Portoghese. È probabile che dovrò sentirmi rimproverare da Marika, come nel 2006 che la tenni all’oscuro del progetto puntando sull’effetto sorpresa finale consegnandole una copia. Della serie: c’è una grafica editoriale in casa e non la coinvolgi… sei masochista?
Una cosa è certa: il libro dev’essere cartaceo e non un eBook Kindle, perché ne ho già fatto esperienza e non voglio più ripeterla talmente l’ho ritenuta negativa. Di tutto ciò, mi dispiace ammetterlo ma sto imparando una cosa: i libri troppo lunghi non vanno bene, neanche per un Kindle Direct Publishing”. Vorrei adesso chiudere con il classico AAA  Cercasi editore o sponsor, sapendo che la sigla “AAA” non ha nessun significato ma è solo una funzione pratica. Siccome gli annunci sono impaginati in ordine alfabetico, l’unico scopo è di evidenziare la richiesta.
Sto per finire l’annuncio, quando mi accorgo di non aver detto niente della mancata prefazione sia del libro prossimo a uscire sia di quello ancora da proporre. Come mai? Nei precedenti due libri cartacei non ne fui privato delle prefazioni: Armando Boscolo, (all’epoca Direttore della rivista “Motociclismo”) me la scrisse per “La via delle Indie in Vespa”; mentre Sergio Stocchi la fece per “Giramondo libero - In viaggio con la Vespa o con lo zaino”. E riguardo all’e-book “Papà, andiamo a Santiago? – Padre e figlia sul Cammino Portoghese”, nel 2014 la scrisse Luca Gianotti. E adesso? Non ho più voglia di sbattermi per chiedere a qualcuno di scrivermi la prefazione. Sa tanto di voler pregare le persone, alle quali non gliene fregherebbe niente se non glielo chiedessi. No, non mi va di supplicare per una cosa che non si sente. E poi, in tutta sincerità, a chi lo chiedo di scrivermi una prefazione? È ovvio che dovrei coinvolgere un personaggio ben considerato e conosciuto, perché se lo chiedessi a uno sconosciuto a chi gioverebbe? A nessuno. Insomma, è troppo un casino… perciò andiamo avanti pur senza prefazioni (dove la maggioranza degli elogi in essa sono tutt’altro che spontanei).
Sempre in tema di prefazioni, mi piace ricordarne una non andata in porto. Nel 1981 avevo contattato telefonicamente il famoso alpinista ed esploratore Carlo Mauri, per chiedergli – con un certo orgoglio – una sua prefazione del mio primo libro. L’avevo cercato semplicemente sulla rubrica telefonica di Lecco e ricordo che c’erano ben cinque Carlo Mauri omonimi: il quarto tentativo fu quello buono. In quell’epoca il libro era solo una timida bozza, un cantiere aperto, perciò i fogli che gli diedi da leggere erano ancora pochi… ma servivano per dare un’idea su come si sarebbe poi sviluppato il lavoro. Carlo Mauri lo incontrai più volte tra il 1981 e il 1982, e lui mi fissava sempre gli appuntamenti al bar di fronte alla stazione ferroviaria della sua Lecco, arrivando puntualmente in sella a un Galletto Guzzi color rosso. Lui mi stringeva la mano dicendomi, sin dal primo incontro, di non dargli del “lei” (nonostante avesse ventidue anni più di me, essendo lui nato il 25 marzo 1930) altrimenti se ne sarebbe andato via subito… senza neppure sederci attorno a un tavolo del bar. La sua mano era possente e mi dava l’impressione che, volendo, avrebbe potuto stritolarmi. Carlo Mauri, padre di cinque figli, era un coraggioso vincitore famoso in tutto il mondo, sconfitto dall’unica cosa invincibile per tutti: la morte, avvenuta il 31 maggio 1982 all’età di cinquantadue anni per un infarto cardiaco, mentre saliva la via ferrata del Pizzo d’Erna. Ho sempre nutrito una particolare stima per lui, l’ho sempre considerato un modello di vita da tenere in considerazione. Non posso quindi evitare di rendere di nuovo omaggio allo sfortunato Carlo Mauri, un grandissimo personaggio morto purtroppo prematuramente.
Prima di concludere annoto che proprio oggi sono trascorsi 28 anni dalla strage di Capaci, perciò voglio onorare il giudice Giovanni Falcone: anche allora era un sabato, come adesso.


venerdì 7 novembre 2014


Da venerdì 7 novembre 2014 è in vendita su internet (al prezzo di 2,99 euro) il mio nuovo libro, intitolato “Papà, andiamo a Santiago? – Padre e figlia sul Cammino Portoghese”: stavolta è un e-book, il cui editore è “Youcanprint”. Ci sono però diversi e sgraditi problemi tecnici, che spiego bene qui sotto dove c’è il titolo “PREFERISCO IL CARTACEO ALL’E-BOOK”. Facendo scorrere a mo’ di rullo questo blog, si trovano sia le copertine sia le informazioni necessarie.

Intanto, questa è la Sinossi (presentazione) del libro:
Papà, facciamo il Cammino di Santiago de Compostela?
Questa è stata la richiesta che la figlia Chiara fece un anno prima. Il fatto che a suggerirlo sia lei è importante, ed è indicativo che una sedicenne proponga certe camminate. Richiesta mantenuta per un anno, senza tentennamenti.
Giorgio ha fatto molti viaggi importanti: India, Africa, America Latina, Asia (compreso il Medio Oriente), e il cammino di Santiago de Compostela è tra questi. Andare a Santiago con la figlia è stata una bella esperienza, dove l’ignoto non era trovare la strada giusta, bensì partire solo con lei senza sapere se avrebbero avuto lo stesso passo, se sarebbero riusciti a condividere gli stessi amici, la stessa esperienza, l’identico entusiasmo.
Da Santiago, al termine della camminata sono andati con un pullman a Finisterre. Sulla via del ritorno, a Cammino concluso, hanno visitato Porto, il santuario Bom Jesus do Monte e Coimbra, per poi tornare a Lisbona e da lì prendere l’aereo per 
l’Italia.
Hanno annotato costi, ostelli, orari, tappe, tutto ciò che potrebbe agevolare chi avesse intenzione d’intraprendere questo percorso: constatando che le spese sono davvero abbordabili, per tutte le tasche.

sabato 31 agosto 2013




I viaggi importanti, preferisco farli da solo

Spesso mi sono chiesti pareri sul perché prediligo (o meglio: prediligevo – indicativo imperfetto –, giacché parlo al passato) i viaggi solitari. L’ho già ripetuto in più occasioni, ma a quanto pare non è sufficiente, forse anche perché è ben difficile che la gente – giustamente – stia tanto tempo a leggere la marea di commenti che invadono il lettore. Detto ciò, affermo per l’ennesima volta un mio vecchio concetto sul perché ho fatto in solitudine diversi viaggi.
Io, tanto per evitare malintesi, non desidero essere trascinato, ma semmai trascinare. E poi mi piace vivere da solo le esperienze in terre nuove, sia quelle positive sia quelle negative; desidero essere padrone di me stesso: è un bisogno inspiegabile, un piacere che non si vuole dividere con chiunque altro, un bisogno assoluto di non essere condizionato. In definitiva, ottimi compagni lungo la strada s’incontrano. In quei momenti sì che è bello dividere delusioni, gioie, sensazioni… poi ciascuno prosegue per la sua meta. L’incontro fra viaggiatori solitari dà un robusto stimolo psicofisico, viceversa un compagno fisso di viaggio è sempre un’incognita che può diventare parecchio spiacevole. Inoltre, l’essere solo in certe circostanze tempra il carattere: si è costretti a provvedere in tutto e per tutto alle proprie esigenze e perfino a vincere la paura. E poi c’è un’altra cosa: la gran voglia di muovermi in maniera indipendente, evitando probabili contrasti sulle decisioni da intraprendere. Io non volevo né essere un generale, né tantomeno un “SignorSì”. A volte, per ogni piccola scelta, si rischia di litigare o quantomeno di perdersi in discussioni sterili: infatti, due persone, anche se isolate da tutti, spesso sono in contrasto tra loro, perché ci sono due idee, due esperienze, due decisioni diverse che scatenano malumori. C’è chi vuole oziare e chi invece preferisce andare altrove, in questi casi che si fa? No, meglio evitare tutto quanto e decidere per conto mio, giusto o sbagliato che sia.
Il mio è stato un viaggiare con il gusto della curiosità e della scoperta, ricco di contatti spontanei e non accademici, con la possibilità di fare un confronto fra il proprio modo di vivere, che spesso siamo portati a ritenere l’unico possibile, e quello degli altri. È una lotta ai pregiudizi, è un mettere in discussione se stessi e la propria cultura (compresa quella religiosa), è una forma di disponibilità e d’apertura verso altre culture. È un accorgersi che viaggiare da soli può essere notevolmente più bello che stare assieme a compagni che mal si addicono, a volte, con il proprio bisogno assoluto di libertà.
Insomma, è il modo di muoversi che ha sempre adottato anche il mio caro amico Sergio Stocchi (un colto spirito libero, per nulla succube di un “padrone sponsor”), del quale condivido in pieno il suo pensiero ammirandone anche le scelte di vita.
Sia chiaro che sto bene quando sono in buona compagnia, ma è bello anche stare da solo, di tanto in tanto, in particolare quando si tratta di mettere in gioco se stesso, le proprie capacità, il proprio modo di essere. Stando solo, separato dai gruppi, si ha tempo di riflettere in maniera razionale senza farsi ingabbiare dall’emotività. Sono convinto che chi non riesca mai a stare bene con la propria solitudine, chi non riesce ad accettarla e deve essere sempre attorniato da persone perché ha paura di stare (e pensare) da solo... beh, mandi in fumo una buona fetta del proprio equilibrio interiore. C’è chi sente l’esigenza – tediosa – di blaterare, purché si fugga dal silenzio (della serie: “Parla, parla ma non dice nulla”). Penso, invece, che un po’ di silenzio non guasti alle povere orecchie di chi è costretto a subire la petulanza altrui. A chi è abituato, bene o male, a cavarsela da solo, soprattutto nelle cose che contano, ha nel silenzio un aiuto a pensare.
È anche vero che la solitudine, la mancanza di veri amici con i quali dividere felicità e angosce, la mancanza del calore della propria donna, spingono a volte l’uomo sull’orlo della disperazione. Si è tentati di chiudersi in sé stessi e di vedere tutto nero. È necessario, invece, reagire alla mancanza di calore umano; è bene immaginare l’avventura che si sta vivendo come una parentesi straordinaria e incancellabile, ritrovando così la vitalità persa. Del resto la tristezza umana non deriva dall’essere soli sapendo di esserlo, semmai la melanconia nasce dall’essere soli credendo di non esserlo. Ed io, per esempio, quando avevo qualche anno in meno e me ne andavo in giro sulle vie del mondo “sapevo” di essere solo, quindi è probabile che ero più sereno di chi, pur essendo in compagnia, alla fine si sentiva più solo di me. In quelle occasioni mi domandavo che chi non sa accettare la propria solitudine, usa gli altri semplicemente come uno schermo nei confronti dell’isolamento. Soltanto se si sa vivere soli come un rapace che vola alto ci si può abbandonare a un’altra persona. Un buon rapporto (di qualsiasi legame) può esistere felice – e solamente – quando non è una stampella di una delle due persone: ognuno deve essere in grado di reggersi per conto suo, altrimenti non funziona. L’unione di due persone non è un mutuo soccorso. Certo, mi si dirà, che però è bello avere qualcuno con cui ridere e scherzare, fare progetti, visitare assieme certe località: è verissimo tutto ciò, ma non dimentico che non sempre funziona così soprattutto nei viaggi tosti e lunghi. Anzi, spesso, in quei tipi di viaggi c’è il rovescio della medaglia. Più facile da gestire la compagnia si ha, invece, quando il viaggio più che altro è una vacanza e non impegna più di tanto: in questo caso avere una persona accanto può diventare piacevole.
Come esempio sui viaggi impegnativi fatti assieme ad altri, calza giusto un aneddoto. Un mio giovane estimatore, proprio mentre stava facendo un viaggio molto interessante in Asia assieme a un suo amico, mi scrisse in tono scoraggiante che ci sono momenti in cui si chiede se avesse fatto bene a partire. Se avrà le forze per incontrare ogni giorno delle persone nuove, raccontare di sé e conoscere loro. Non sa se ha un cuore tanto grande per accogliere tante persone. Ma, soprattutto, ritiene difficile viaggiare in due e andare allo stesso ritmo di un’altra persona. Io gli risposi che è normale porsi queste domande, capita a tutti: “Tu, però, non assecondarle e vedrai che, nonostante che al momento sia difficile da accettare, in seguito ne sarai più che soddisfatto. Sì, ammetto che la tua difficoltà maggiore sia la... non solitudine. Una persona accanto a volte non è facile da gestire: ecco il perché delle mie escursioni solitarie. Però, va anche detto, ormai sei in gioco e tanto vale andare fino in fondo. Impostala così: una lezione di vita per le tue prossime escursioni fuori dall’Europa.”
La sua risposta non si era fatta attendere, con queste parole: “Sì, lo so. Tutto sembrerà più bello quando lo ricorderò. Grazie per il supporto. Anni fa ho fatto il cammino di Santiago in solitaria ed è stata la più bella esperienza della mia vita. Infatti, da allora ho sempre viaggiato solo. Questa volta, data la difficoltà del viaggio, ho pensato che in due sarebbe stato più interessante. Ma adesso capisco come la presenza di una persona che conosci t’impedisca di calarti nella dimensione di viaggio e ti fa sentire più in vacanza... Devo capire quanto riusciremo a sostenere questa cosa a lungo.”
Io, ovviamente, cercavo di scuoterlo e di trasmettergli un entusiasmo maggiore e mi auguro che abbia funzionato... perché poi non mi ha scritto più e il suo viaggio è terminato nel migliore dei modi. Tra l’altro di lui non so più niente, perché da quando è tornato non m’invia più alcun messaggio... forse perché non ce n’è più bisogno. Qual è il senso di questo aneddoto? Cercatelo voi.




mercoledì 19 dicembre 2012

Brani presi da due libri.





1)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
Un viaggio motociclistico non è un tentativo di afferrare la luna dal pozzo, ma è alla portata di tutti. Non ho cercato di coprire velocemente più chilometri possibili, ma badando soprattutto a vivere un’esperienza appassionante. È necessario solamente non dimenticare mai che nessun viaggio del genere va fatto alla leggera. Oramai non è più possibile definire un raid “eccezionale”, quindi considero i miei viaggi esperienze che mi hanno dato molto, che mi sono state assai utili e nient’altro. Ho potuto constatare che quelle prove così difficili sono servite a migliorare un po’ il mio carattere, a rafforzarmi, a farmi formulare poi, a posteriori, un giudizio più riconciliato con la vita.

2)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
Quando mi sento libero, mi sento partecipe della vita: non un robot con il cervello disseccato, privo di qualsiasi capacità di provare emozioni. Lo so che la libertà autentica è un’utopia, ma un poco in essa devo pur credere, perché c’è una possibilità d’essere libero. È giusto pensare al proprio benessere, ma ancor più giusto è sperimentare ogni tanto una vita colma di fascino e d’imprevisti.
Ci vengono inculcati tanti falsi valori quali “valori reali”, perciò spesso finiamo, a torto, di credere che la felicità sia il materialismo o la vincita al lotto. Poi però qualcosa dentro di noi dice NO, non è vero! La verità non può essere questa, c’è altro da cercare e da scoprire. Ma vivere sognando a occhi aperti è inutile: bisogna cercare di realizzare ciò che si desidera se veramente lo si desidera... affinché si eviti che la luna diventi un sogno per chi, in realtà, non ha sogni. È per ciò che ogni tanto c’è chi s’imbarca su una zattera o su uno scooter e parte: solo alla ricerca, in fondo, di qualche particella di verità.

3)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
L’umanità non è una produzione in serie di oggetti modellati nella stessa misura e forma. Ci sono individui che si differenziano dagli altri non per potenza e ricchezza, bensì per coraggio: coraggio nel difendere i propri ideali, coraggio nel combattere i nemici dell’ecologia, coraggio di dire NO alla civiltà dei consumi superflui, coraggio di condannare chi, con falso coraggio, fa di un villaggio un cimitero di trucidati; coraggio di gridare NO a chi approva l’invasione “preventiva” di nazioni sovrane; e ancora coraggio d’amare l’avventura e a volte soffrire per essa. Il coraggio è ciò che più ammiro in una persona, che sia politicamente in lotta contro i regimi repressivi (coraggio sociale), o che proceda verso nuovi orizzonti (coraggio individuale): non posso che constatare con gioia che tante persone, spesso con mezzi inadeguati, raggiungono mete impensate. Ho ammirazione per i primi temerari delle macchine volanti, per i primi esploratori dei Poli, delle foreste, degli oceani, dei deserti, delle più alte vette delle montagne; e per tutti quegli uomini che, appunto con coraggio, hanno fatto dell’avventura una ragione di vivere.
Una delle molle interiori che fa scattare l’inesauribile desiderio di partire, di conoscere nuovi mondi e nuovi popoli, è la voglia di staccarsi da tutto ciò che nasce dalla rigida routine d’ogni giorno. È la ferma volontà di lasciare la massa della gente – spesso mediocre e ipocrita – che troppe volte isola e raramente unisce, per riflettere tranquilli in una solitudine cercata e voluta. C’è pure la profonda convinzione che una volta tanto si possa abbandonare un posto di lavoro sicuro, per cercare le risposte ai nostri intimi “perché?”, che formuliamo osservando certe dure leggi della vita senza comprenderle e anche, perché no, per scrollarsi di dosso i consigli dei conservatori benpensanti: <<frenati, attendi, pazienta, rassegnati ad accettare il tuo posto nella società, non tentare di modificare il corso del destino, non lasciare la vecchia via per la nuova>>. Certo regole d’oro, ma di tanto in tanto evadere dalla realtà d’ogni giorno diventa una necessità insopprimibile.

4)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
L’arte del saper viaggiare include, soprattutto nei Paesi tropicali ed equatoriali, la pazienza di mercanteggiare di fronte alle sparate di prezzi assurdi, e chi non lo fa (o lo fa raramente) ha compreso poco dei costumi locali e delle abitudini in uso in determinate nazioni. Immedesimarsi nella quotidianità dei nativi significa, fra l’altro, considerare il tempo come un amico e non come un qualcosa di sfuggevole, con il rischio di rimanerne imprigionati. Mercanteggiare per l’acquisto di un prodotto, per il prezzo di un hotel o per l’autobus significa avere tempo, pazienza e tolleranza verso la gente del posto. Significa accogliere le loro abitudini, facendosi quindi accettare meglio.

5)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
Il ritorno a casa al termine d’ogni viaggio costituisce sempre la fine di un sogno agitato, emozionante e irripetibile.

6)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
Viaggiando non ci si deve accontentare di poco, quando invece si può avere molto in fatto d’emozioni e di conoscenze, che rimarranno dentro di noi e che nessuno potrà mai comprendere fino in fondo. Si viaggia per se stessi e non certo per avere il plauso delle persone sedentarie, che considerano i viaggiatori come gente strampalata. A volte mi domando se i tipi cosiddetti “normali” siano quelli come me, oppure gli altri… chissà! L’amore per i viaggi ha un prezzo che si paga con tanti sacrifici (licenziamenti, permessi non retribuiti, separazione sia pure momentanea dalle persone alle quali si vuole bene, rischi di ogni genere, incertezza per ciò che accadrà al ritorno a casa… tutte cose che gli “altri” non sono in grado di comprendere né di provare; oppure, se le comprendono, non hanno il coraggio di affrontarle).

7)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
Mi posso considerare, come direbbe Goethe, “un supplemento di tutti gli altri viaggiatori-narratori” che mi hanno preceduto nei loro viaggi, fatti in quegli stessi Paesi che pure io ho avuto la fortuna di visitare.

8)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
Si vive in una società altamente tecnologica, dove perfino le evasioni dal meccanismo quotidiano sono monopolizzate dall’alto. Siamo sommersi dalle campagne martellanti a favore della libertà; però quando un cittadino stacca dalle proprie spalle la sigla di “ape operaia”, quando s’identifica nella libertà tanto propagandata… allora è bandito dall’ingranaggio sistemistico, nel quale il denaro differenzia le persone. Ed ecco che le pecore si trasformano in lupi, pronti a sbranare il perturbatore della quiete pubblica.

9)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
Prima pensavo che il bisogno di evadere fosse qualcosa che si agita nel sangue quando si è giovani, ma mi sbagliavo: questo desiderio, se è solido, resta dentro e cresce con noi nel tempo e si realizza finché le forze fisiche e mentali lo consentono. Sì, l’avventura è in primis una questione psichica: quanto la vogliamo e quanto l’amiamo? Quanti sacrifici siamo disposti a fare per goderne i piaceri? Quanto è viva la nostra pervicacia nel superare gli imprevisti, che qualche volta possono diventare brutti e fastidiosi? Quanto tempo lasceremo passare dopo la fine di un viaggio, senza essere tentati di nuovo dal desiderio di ripartire verso altri luoghi? L’amore per l’avventura non è questione d’età, ma di eventuali richiami per altre scoperte: si può cercarla e viverne intensamente a vent’anni come a trenta, a quaranta e oltre ancora. Tutto dipende da quale condizione psicologica si affrontano le esperienze che si presentano.

10)  TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
Qualcuno può chiedersi perché rinunciare a viaggi organizzati tanto comodi, alle crociere sui transatlantici, ai buoni hotel… già, perché? Perché non viaggiare con un’automobile per sentirsi almeno un po’ più sicuri in simili viaggi? Perché, dunque, per andare in India ho scelto l’identica Vespa con la quale l’anno precedente giunsi a Capo Nord? Forse perché mi piace cavalcare il vento, libero in quel poco di libertà che ancora rimane all’essere umano (soprattutto adesso, nell’era della “globalizzazione”). Ci sono cose che desideriamo tanto, forse ignorandone il motivo profondo.

11)  TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
Io sono un amante dei viaggi lunghi e preferirei evitare i percorsi realizzabili in pochi giorni, perché questi ultimi li considero vuoti e incapaci di darmi quel che cerco. Ci vuole parecchio tempo per captare alcuni stati d’animo e certe sensazioni, ed è quasi impossibile coglierli al volo.
Quanto a chi viaggia in tempi brevi mi è difficile pensare a un viaggio di venticinque giorni soltanto, durante il quale più che altro si macinano migliaia di chilometri. In un arco di tempo così breve io mi limiterei a scegliere un itinerario corto, anche se in effetti in venticinque giorni, volendo, si possono attraversare i continenti… sì, ma come? Non credo che in un mese si riesca a scoprire gran che di altre popolazioni, né mentalità, né usanze. Può sembrare esagerato fare un viaggio di undici o sette mesi, ma non è così: il tempo corre veloce e ci si rende conto che c’è ancora tanto da vedere e da conoscere. Attraversare velocissimamente un continente, alla Speedy Gonzales, non mi attira per niente e se ho poco tempo a disposizione evito di partire.

12)  TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
Programmare un viaggio, perfino nei particolari, non è un’abitudine dei veri viaggiatori, come non è loro abitudine vedere tutto frettolosamente per mancanza di tempo. È questo il punto: per me aspettare ore per ottenere un passaggio sui più scalcinati mezzi locali non è perdere tempo, ma al contrario mi aiuta ad approfondire le mie conoscenze sulla realtà del luogo… anche se a volte può non essere piacevole. In ogni caso, si sussurra che sapere aspettare vuol dire sapere pensare. Giusto. Quando si hanno pochi giorni a disposizione si rischia di fare gli ingordi, correndo come matti nevrotici, schiavi della superficialità prodotta dal consumismo occidentale. In questi casi ci si muove pure all’avventura, però con i portafogli grossi così, senza di cui non ci si sposterebbe di un metro. Ho l’impressione che oggigiorno si viaggi (mi riferisco a tanti ruspanti connazionali) più per dovere e per vanteria, che per avere contatti con i nativi. E per contatti intendo quelli con la gente comune del luogo, e non certo con gli albergatori, gli agenti di viaggio, le guide odiosamente saputelle, eccetera... eccetera...

13)  TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, DI GIORGIO CÀERAN:
Viaggiare veloci si diventa come dei pacchi postali, mentre il vero viaggio va assaporato con lentezza. Il piacere della scoperta del mondo va sorseggiato piano e non trangugiato tutto in un colpo.

14)  TRATTO DAL LIBRO “LA VIA DELLE INDIE IN VESPA”, DI GIORGIO CÀERAN:
Purtroppo il 31 maggio 1982 è morto a Lecco, all’età di 52 anni, Carlo Mauri. Egli, coraggioso vincitore famoso in tutto il mondo, è stato sconfitto dall’unica cosa invincibile per tutti: la morte. Ho sempre nutrito una particolare stima per lui, l’ho sempre considerato un modello di vita da seguire fino al punto che, con un certo orgoglio, gli ho chiesto di stilarmi la prefazione di questo mio diario di viaggio. Non posso che rammentare con un piacere intimo il giudizio favorevole espresso da Mauri sul mio modesto dattiloscritto. Egli ha rivisto nelle mie righe la stessa ingenuità, le stesse sensazioni, la stessa voglia di conoscere che accompagnarono lui in diverse sue avventure. Mauri ha rivissuto nei miei scritti l’emozionante itinerario a cavallo sulle tracce di Marco Polo percorso nel 1973 con il figlio Luca, toccando in buona parte le identiche località da me viste. È stato sempre piacevole discutere con Carlo Mauri delle nostre avventure asiatiche che, seppure in modo diverso, entrambi abbiamo affrontato e superato positivamente: lui in maniera più organizzata, io affidandomi più all’improvvisazione. Non posso che concludere con una sua frase colma di significato: “Solo finché si vive si può godere del rischio, anche di morire”.

giovedì 14 aprile 2011

Su “VESPA WEB” (www.vespaweb.com), è stata pubblicata questa recensione. Ringrazio.


LA VIA DELLE INDIE IN VESPA
Editore e autore: Giorgio Càeran – 1983
(224 pagine, foto-copertina a colori, 12 cartine/itinerario, 80 foto in bianco/nero)

La mitica India, l’irreale Kathmandu: due obiettivi e due sogni di tanti giramondo degli anni Settanta e di una generazione cresciuta nel sogno del “viaggio”. Niente di straordinario, la via delle Indie, niente di straordinario l’averla percorsa con la “Gigia” (il nome dato alla sua “Vespa 200 Rally”); fuori dall’ordinario invece che l’autore viaggiatore (editore di sé stesso) abbia realizzato la sua fuga da casa senza l’appoggio di sponsor alcuno, senza troppi soldi in tasca e con uno scooter vecchio di quattro anni già protagonista di un raid verso Capo Nord. Un viaggio durissimo durato 334 giorni, compiuto fra difficoltà quotidiane e imprevisti occasionali. Puro esibizionismo? Coraggio d’altri tempi? L’autore, più semplicemente, spiega che il bisogno di evadere è presente in tutti noi, cittadini alienati di un mondo ordinato secondo schemi rigidi e noiosi: esiste ed è ben vivo il bisogno dunque di riappropriarsi della propria esistenza. Ecco, Giorgio è uno che viaggia ma a occhi aperti, guardando tutto quel che c’è da guardare, ma anche recependo gli usi e costumi locali, tentando di capire lo spirito delle genti avvicinate durante il lungo interminabile andare. On the road quindi, con l’entusiasmo del viaggiatore accanito.
Giorgio ha il suo modo di viaggiare, volendo rimanere fino in fondo uno “spirito libero”, senza mai appoggiarsi a eventuali sponsor. Non ha voluto essere condizionato da itinerari e da programmi dettagliati, di conseguenza non ha mai avuto alcun aiuto economico, organizzativo, logistico, né tantomeno collegamenti satellitari. Di gente che scorazza su e giù per il globo, sovvenzionata da varie Case motociclistiche, automobilistiche, emittenti televisive o quant’altro, ce n’è parecchia. Questo, però, non è il tipo di viaggio che lo attirano perché in fin dei conti per lui significa poco muoversi con aiuti del genere alle spalle. Troppo facile e “freddo” viaggiare così, con un’avventura esageratamente pubblicizzata: è la legge di mercato, chi grida di più la vacca è sua. Per lui il vero viaggiatore è chi sa cosa significhi partire, per qualsiasi itinerario, senza date da rispettare: è colui insomma che non vuole essere condizionato dall’esiguo periodo delle ferie, bensì vuole assaporare appieno un’ebbrezza rivitalizzante che solo senza date fisse e implacabili si può ottenere. D’altro canto programmare un viaggio, perfino nei particolari, non è un’abitudine dei veri viaggiatori, come non è loro abitudine vedere tutto frettolosamente per mancanza di tempo.
Càeran si getta, cinque anni dopo il ritorno, in un’altra avventura più casalinga ma più rischiosa, economicamente: editare da sé il libro e proporlo al pubblico nella sua veste vera e immediata, non ingentilita dalla mediazione della carta stampata, raccontando le sue esperienze: una vicenda di vita – con incontri, difficoltà, piccoli e grandi drammi – che valeva la pena di raccontare. Scritto in forma agile e vivace, più che di un racconto si tratta di un diario di viaggio, tale e tanta è la messe d’informazioni contenute, e tanto emotive sono le descrizioni dei luoghi e le riflessioni personali. In tono discorsivo, come per una chiacchierata fra amici.
Il volume è reperibile presso la “Libreria dell’Automobile” in Corso Venezia 45, a Milano, oppure rivolgendosi direttamente all’autore nella sua abitazione a Milano… e lui lo vende a metà prezzo.

sabato 9 aprile 2011

* Su “VESPA WEB” (www.vespaweb.com), è stata pubblicata questa recensione. Ringrazio.


GIRAMONDO LIBERO – IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO
Giorgio Càeran
Giorgio Nada Editore
2006 – 384 pagine

È una raccolta di racconti di viaggi compiuti in diverse zone del mondo nell’arco di venticinque anni. Ha trentanove capitoli ed è diviso in due parti. Nella prima parte riprende il diario cronologico della sua precedente esperienza editoriale ma rivista e corretta, eliminando il superfluo e rendendolo più scorrevole: è rimasto il concetto di diario, fedele a quello che già pubblicò ventitré anni prima, proprio per mantenere viva la sua spontaneità di narrazione. Tratta di un viaggio mototuristico di 23.084 chilometri durato 334 giorni verso Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e Nepal in sella a una vecchia e acciaccata “Vespa 200 Rally” (già usata l’anno precedente per Capo Nord; partendo in entrambe le occasioni da Cermenate, in provincia di Como, dove l’autore allora viveva; mentre adesso – dal 1980 – vive a Milano).
La seconda parte del volume tratta di capitoli vari, estratti qua e là da esperienze più complesse, che sono durate più a lungo di quelle menzionate: il “sommario” funge, in questo caso, da buona guida, sia per capire in quale situazione di viaggio è collocato il racconto e sia in che periodo preciso è stato fatto. Narra di autostop fatti nel bel mezzo del Sahara, l’attraversamento dello stesso deserto su un piccolo camion con ben cinquanta Tuareg a bordo, i diversi giorni di navigazione sul Rio Ucayali (assieme al Rio Marañón costituisce l’origine del Rio delle Amazzoni) su una rudimentale imbarcazione mangiando cibi cotti con l’acqua del fiume, l’autostop nella Patagonia, l’attraversata in autostop dell’intera isola fredda e ventosissima della Terra del Fuoco fino a Ushuaia, con relativi passaggi fortuiti sulla strada del ritorno, le esperienze nel profondo Cile, i terribili percorsi andini boliviani e peruviani, la visita alla miniera di Potosì, le strane vicissitudini nelle Filippine, il fascino di Petra, le camminate lungo l’Ostriconi… Giorgio ha fatto viaggi faticosissimi nell’Africa nera, sia su deteriorati tassì-brousse (tassì collettivi) sia su sovraffollati treni; in Madagascar ha rischiato di annegare per cause assurde e incredibili. Oltre a questi racconti, nel libro sono perfino incluse informazioni e consigli pratici da ritenersi preziosi per un giovane che voglia avventurarsi ovunque nel pianeta, senza appoggiarsi a una struttura organizzativa, senza neppure l’ausilio di un generoso sponsor.
Sono viaggi spartani e all’avventura, ma di un’avventura semplice e più a misura d’uomo, dove non è necessario trasformarsi nei Rambo della situazione. Càeran ha viaggiato con i mezzi più impensabili, ha ricevuto calorose ospitalità e aiuti dai nativi, ha familiarizzato con una moltitudine di persone... alcune delle quali sono poi venute a trovarlo in Italia.
Le sue note di viaggio sono un invito a scuotersi dal torpore della solita routine, per armarsi del proprio passaporto e partire per luoghi lontani e tanto diversi dai nostri. Parla di una maniera di viaggiare con zaino e sacco a pelo e pochi soldi appresso, senza preoccuparsi troppo delle difficoltà di una lingua sconosciuta, dormendo dove capita... spesse volte ai bordi di strade malridotte e impraticabili. Don Lorenzo Milani sosteneva che è meglio parlare tante lingue male che una sola bene, e aveva ragione perché così facendo si ha più possibilità di dialogare con i nativi, incontrati nei luoghi più sperduti della Terra, laddove c’è un alto tasso di analfabetismo e una deprimente inferiorità economica; in posti dove la conoscenza di una lingua internazionale di certo è un lusso che non ci si può permettere.
È un viaggiare con il gusto della curiosità e della scoperta (dove l’importante non è cercare paesaggi mai visti bensì vedere le stesse cose però sotto uno sguardo nuovo), ricco di contatti spontanei e non accademici; interessandosi anche della miseria e della rassegnata disperazione così tangibile nelle nazioni del Sud del Mondo. Ne è la possibilità di fare un confronto fra il proprio modo di vivere, che spesso si è portati a ritenere l’unico possibile, e quello degli altri. È una lotta ai pregiudizi e alla mancanza di solidarietà, è un mettere in discussione se stessi e la propria cultura (compresa quella religiosa), è una forma di disponibilità e di apertura mentale verso altre culture. È un accorgersi che viaggiare da soli può essere assai più bello che stare assieme a compagni fissi che mal si addicono, a volte, con il proprio bisogno assoluto di libertà. È, infine, un constatare che è possibile (e non soltanto un sogno) fare viaggi della durata di sette o undici mesi, anche senza aver vinto la lotteria.
In conclusione, Giorgio Càeran dedica queste note di viaggio a chi ama l’avventura e guarda a un modo diverso di vivere, sapendo di avere del cielo azzurro sul proprio passaporto.
Il libro, impaginato dallo stesso autore e pubblicato da “Giorgio Nada Editore”, è reperibile presso la “Libreria dell’Automobile” in Corso Venezia 45, a Milano. Si sappia, infine, che l’autore lo vende a metà prezzo: basta contattarlo al suo indirizzo e-mail.