“Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio”

“Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio”
“Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio”; Giorgio Càeran – ‘Libreria Editrice Urso’ di Avola (Siracusa) – dicembre 2020 – 280 pagine – formato cm 17 x 24. &&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&& &&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&&

giovedì 25 marzo 2021

Da giovedì 25 marzo 2021 è in vendita (al prezzo di 20 euro) il mio nuovo libro – il 5° cartaceo –, intitolato “Papà, andiamo a Santiago? - Padre e figlia sul Cammino Portoghese”. Nel novembre 2014 ne avevo fatto un e-book, di cui però ho un pessimo ricordo: un’esperienza che non vorrò più fare. Stavolta, invece, la musica è ben diversa: Francesco Urso, l’editore che nel dicembre 2020 già mi pubblicò “Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio”, di sua iniziativa e senza che io lo chiedessi ha deciso di pubblicarmi questo libro tutto a sue spese perché è un grande appassionato dell’argomento. Facendo scorrere a mo’ di rullo questo blog, si trovano sia le copertine (la Prima di copertina e quella intera) sia le informazioni necessarie compreso l’indirizzo e-mail  di Francesco Urso.

C’è chi, volendo farmi dei complimenti per le innumerevoli cose che faccio, mi dice che io sono ricco di fantasia. Dovrebbe farmi piacere? Beh, tutt’al più avrei preferito il sostantivo creatività... e non è la stessa cosa. La creatività s’accompagna con la volontà, che invece per fantasticare non serve giacché spesso corre di pari passo con la pigrizia mentale. Inoltre la creatività ha uno scopo che si prefigge di trasformare le fantasie in immaginazione autentica, con possibilità di cambiamento e crescita. La creatività, quindi, si associa alle emozioni più intense e concrete mentre la fantasia va a braccetto con le illusioni. Io cerco creatività, non fantasia.

 

ECCO LA SINOSSI (PRESENTAZIONE) DEL LIBRO:

Papà, facciamo il Cammino di Santiago de Compostela?”

Questa è stata la richiesta che mia figlia Chiara fece un anno prima. Il fatto che a suggerirlo sia lei è importante, ed è indicativo che una sedicenne proponga certe camminate. Richiesta mantenuta per un anno, senza tentennamenti.

Ho fatto molti viaggi importanti: India, Africa, America Latina, Asia (compreso il Medio Oriente), e il cammino di Santiago de Compostela è tra questi.

Andare a Santiago con la figlia è stata una bella esperienza, dove l’ignoto non era trovare la strada giusta, bensì partire solo con lei senza sapere se avremmo avuto lo stesso passo, se saremmo riusciti a condividere gli stessi amici, la stessa esperienza, l’identico entusiasmo. Da Santiago, al termine della camminata siamo andati con un pullman a Finisterre. Sulla via del ritorno, a Cammino concluso, abbiamo visitato Porto, Braga (che a 5 km ha la spettacolare scalinata barocca che porta al santuario Bom Jesus do Monte) e Coimbra, per poi tornare a Lisbona e da lì prendere l’aereo per l’Italia.

Abbiamo annotato costi, ostelli, orari, tutto ciò che potrebbe agevolare chi avesse intenzione d’intraprendere questo percorso.

lunedì 14 dicembre 2020

All’inizio del 2020 avevo in programma di pubblicare due libri collegati tra loro, ebbene… entrambi hanno visto la luce.

 

Il drammaturgo romano Publilio Siro, disse: Quando si agisce cresce il coraggio, quando si rimanda cresce la paura. È meglio quindi agire, piuttosto che continuare a rimandare. Ho scritto dei libri ma appartengono al passato, pertanto adesso, che ho 68 anni e mezzo e quindi sto avviandomi verso la vecchiaia, penso che sia giunto il momento di dare il meglio di me stesso nel campo editoriale. Questo nuovo doppio progetto raggruppa quasi mezzo secolo di miei viaggi… passando dalla Vespa allo zaino, dal sacco a pelo al trolley. Qualcuno potrebbe farmi notare che a 68 o a 69 anni dire che ci si avvia alla vecchiaia è esagerato. Ha ragione: io non mi sento per niente vecchio, anche perché chi mi conosce sostiene che non dimostro gli anni che ho. E so pure che questa età non è considerata vecchiaia, però in proiezione futura sarà così. Pertanto questi libri racchiudono un po la mia vita di viaggiatore... ecco perché parlo di vecchiaia. Del resto Albert Einstein disse che un uomo è vecchio quando i rimpianti, in lui, superano i suoi sogni… ed io non ho ancora smesso di sognare.

Il 23 luglio è stato pubblicato il mio 4° libro (3° cartaceo, e il primo dei due volumi gemellati), che è intitolato È meglio che vada sulle vie del mondo - Dalla Vespa allo zaino, dal sacco a pelo al trolley, da parte della veronese ‘Aletheia Editore’ (540 pagine,  per un formato di cm 15 x 21). Il prezzo di copertina è di 19 euroSorge spontanea una riflessione su come fosse andata l’esperienza di questa pubblicazione. È stata deludente, sotto il punto di vista editoriale. Con la Aletheia Editore tutto si è trasformato in un parto lento e difficile, complicatissimo, una cosa snervante che non voglio più ripetere. Va detto che sono riconoscente con loro, perché hanno accettato di pubblicare il libro, ma ben presto mi sono accorto che forse non sarebbe stato male cercare delle alternative. Case Editrici come queste funzionano per gli esordienti, per gli autori estasiati e inesperti, ma diventano un’agonia per chi è già esperto in materia. Un consiglio: rivolgetevi altrove.

Tranne rarissime eccezioni (diciamo quasi mai, o mai del tutto), i loro libri non appaiono in nessuna libreria o Fiera… altro che collegamenti con Mondadori e Feltrinelli (come l’editore sbandiera ogni 3x2, assieme ad altre chimere), perché non è vero niente. Più che una Casa Editrice è un’attività imprenditoriale, nonostante che loro sostengano il contrario. Non hanno nessuna distribuzione, non appaiono nei canali riservati ai librai, non sono presenti on-line. Quando una Casa Editrice non pubblicizza e non distribuisce i suoi prodotti, o non li mette in rete, per correttezza dovrebbe cambiare definizione, altrimenti… beh, ciascuno tiri le sue conclusioni. Del resto, se Aletheia Editore stampa solo i libri pagati dall’autore e neanche uno in più, come fanno a essere distribuiti se non ce n’è? A queste condizioni tanto vale andare in una litografia, dove fra l’altro si ha un lavoro più seguito. Il mio secondo libro per un bel po’ di anni l’ho visto nelle grandi librerie di Milano, mentre sarebbe un miraggio vederne lì uno della Aletheia Editore.

È anche vero, comunque, che nei tempi moderni sia possibile stampare il numero di copie che si voglia, in maniera rapida, partendo da cinquanta in su. Una volta le litografie obbligavano gli editori o chiunque altro a stampare cinquecento o mille copie per ogni libro, ma adesso non è più così. Ai giorni d’oggi è tutto assai più facile, perché grazie ai computer si sono infrante barriere d’ogni tipo e l’impaginazione attuale non ha niente in comune con quella di qualche decennio fa. Un libro odierno può essere ristampato più volte a richiesta, basta che non si scenda oltre la quantità minima che giustifichi il lavoro dedicato nella stampa e nella legatoria. Ma per richiederlo bisogna conoscerne l’esistenza, almeno on-line… e qui si vede chi è editore e chi è fasullo.

Mettiamola sul ridere: soldi a parte, io avrei i presupposti per fare l’editore, ma in maniera seria non come Aletheia, giacché in gioventù per sei anni lavorai come litografo. Inoltre mia moglie, che è stata una grafica editoriale di alta qualità, mi ha un po’ insegnato il mestiere.

Nel mio piccolo, e senza fare delle cose eccezionalissime, “Giramondo libero - In viaggio con la Vespa o con lo zaino” (https://www.facebook.com/Giramondo-libero-In-viaggio-con-la-Vespa-o-con-lo-zaino-1888098124540805/) l’ho impaginato al punto tale che persino Giorgio Nada Editore, una Casa Editrice specializzata in pubblicazioni su auto e moto, ha accettato il mio lavoro grafico. E parlo non della Aletheia Editore che ha soli quattro anni di vita, e che nessuno conosce e che non ha mercato, bensì di una famiglia che da mezzo secolo ha un’affermata e famosa libreria. In conclusione; questo mio secondo libro fu pubblicato nel maggio del 2006 e ciò mi porta a un buon ricordo che conservo della famiglia Nada, sia nella loro sede a Vimodrone sia nel negozio – Libreria dell’Automobile –ubicato a Milano, nella centralissima Corso Venezia: una volta era al numero 43 per poi passare di recente al 45. Oltretutto va ricordato che in questo pazzo 2020 corre il 50° anniversario di vita della storica Libreria: tutto iniziò, infatti, nel 1970. Purtroppo, proprio quest’anno abbiamo dato l’addio all’editore Giorgio Nada, punto di riferimento per tutti gli appassionati di libri sui veicoli a motore. Infatti, era nato ad Alba settantasette anni fa e lo scorso 6 maggio è morto a Milano di Covid 19. In me c’è una grande tristezza.

Dopo il quadro non idilliaco al riguardo di Aletheia, chiunque potrebbe pensare di essermi pentito di questa pubblicazione. No, nel modo più assoluto perché, comunque la si giri, sono contento di questo lavoro, Faccio notare che il libro si presenta in maniera accattivante ed è piacevole far scorrere le sue 540 pagine: apprezzo i diversi spunti presi dalla mia impaginazione che inviai loro, che hanno lo stesso formato di cm 15 x 21. La differenza tra le due impaginazioni è che quella da me data in visione era composta di 352 pagine, pur inserendo le stesse identiche cose ma impostate in un modo del tutto diverso: solo che poi a Verona le pagine si sono moltiplicate fino ad arrivare al 53% in più. La Casa Editrice ha preferito un corpo più grande e quindi c’è stato un consistente numero di pagine in più. Forse si ha solo utilizzato il corpo standard, in uso per tutti i libri da loro pubblicati. Insomma, io con lo stesso lavoro avrei fatto risparmiare un po’ di soldi… ma va bene anche così, con un bel corpo visibile senza dover ricorrere agli occhiali.

Il Lettore si può chiedere il perché di questa critica contro chi mi ha pubblicato un libro, di cui peraltro ne godo il risultato; ebbene sappia che tutto ciò ha un solo scopo: mettersi in guarda contro certe Case Editrici a pagamento camuffate. Non fatevi fregare; tutto sommato a me non è andata male… ma poteva andare assai peggio. Piano piano sto tentando di recuperare i soldi versati e so che il lavoro è stato apprezzato ovunque. Ho ricevuto perfino il plauso da parte di mia moglie, ritenendo questo il mio libro scritto meglio e quindi gustandolo parecchio. Stavolta non se l’è presa male per non averla informata del progetto, mentre io ero sul chi va là conoscendo la sua severità critica, e sincera, e il fatto di aver superato l’esame a pieni voti è una grossa soddisfazione. Marika ha trovato solo una pecca, una critica veniale alla sua collega grafica: nella dicitura sul dorso della copertina, essendo scritta in piccolo sarebbe stato meglio togliere l’ombreggiato perché rende difficile la lettura. Piccolezze.

Questo lavoro editoriale mi è capitato nel periodo più sbagliato possibile, infatti, da quando sono in pensione (nel 2017) come d’abitudine l’intera stagione estiva la trascorro nel mio appartamento di villeggiatura in Abruzzo e ciò mi porta a non disporre del Mac che resta a Milano perché è troppo ingombrante con i suoi 27 pollici di schermo. Tutti i mei lavori grafici sono sul Macintosh e non sul PC portatile che porto al mare. Avrei potuto fare le poche variazioni e inviare poi il PDF  dell’impaginazione, evitando quindi l’aumento vertiginoso di pagine che invece c’è stato. Se fosse capitato quando stavo a Milano, la storia avrebbe avuto uno sviluppo diverso e sarebbe stata adottata in pieno la mia impaginazione. Peccato! Con ciò, è bene far notare, il libro si presenta in maniera accattivante ed è piacevole far scorrere le innumerevoli pagine: apprezzo i diversi spunti presi dalla mia impaginazione. Per la copertina io avrei scelto un’altra foto, ma va anche bene così. Una grossa tirata d’orecchie va fatta alle “Arti grafiche Licenziato” di Napoli, che è incaricata delle stampe da parte della Aletheia Editore: la prima partita di copie ricevute ha le immagini interne difettose. Ciò rovina un lavoro ben fatto e mi riporta a quando ero litografo, sapendo che un lavoro del genere sarebbe stato rifatto per non guastare la buona nomea della ditta. Dico subito che lo scempio non è gravissimo, ma di certo si poteva affrontare meglio e con maggiore scrupolo. Tuttavia, nella ristampa fatta a settembre questa incresciosa disattenzione non si è ripetuta e per sdebitarsi mi sono state date (in omaggio) venti copie da aggiungere a quelle richieste. Bene, l’ho accettato come un risarcimento.

A metà dicembre è stato pubblicato il mio 5° libro (4° cartaceo, e il secondo dei due volumi gemellati): Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio” da parte di ‘Libreria Editrice Urso’ di Avola, in provincia di Siracusa. Ha 280 pagine, per un formato di cm 17 x 24 e il prezzo di copertina è di 18 euro. Al contrario dell’altro accoppiato, stavolta il volume ha il proprio ISBN e il Qr-code… come dovrebbe essere sempre nella normalità. Del resto, tutta questa nuova situazione non ha niente a che vedere con quella precedente… meno male. Qui c’è un tocco di professionalità, che a Verona è mancata. Il mio lavoro grafico d’impaginazione completa, copertina inclusa, è stata apprezzata dall’editore Ciccio Urso: è la seconda volta che è accettata una mia impaginazione, ma in quella precedente, con Giorgio Nada Editore, la copertina non era la mia… mentre adesso sì, pure quella.

C’è un aneddoto da raccontare: avendo la pagina impostata con il formato di cm 17 x 24, la gabbia era larga 14 cm concedendo 1,5 cm di margine a entrambi i lati. Era tutto pronto per la stampa, quando ho ricevuto una comunicazione dalla litografia facendomi notare che sul lato interno sia necessario dare un margine di 2 cm, altrimenti c’erano problemi con l’incollatura delle pagine. Ebbene, ho dovuto restringere la gabbia di mezzo centimetro ribaltando così l’impaginatura già fatta. Considerando l’urgenza del momento, mi sono messo d’impegno lavorando l’intera notte (che va dal 30 novembre al 1° dicembre) fino alle 7 del mattino, per rifare l’impaginazione. Restringendo la gabbia va da sé che in alcuni capitoli sia stato necessario ridurre un po’ il testo (e pure la grandezza delle foto)… ma non c’era nient’altro da fare. In ogni modo al mattino avevo finito l’impaginazione e spedito il PDF per andare in stampa. Due notti dopo ho dovuto fare un’altra modifica… ossia centrare ogni gabbia nella rispettiva pagina, e poi basta.

Resta che, come per “Giramondo libero - In viaggio con la Vespa o con lo zaino”, anche in queste due pubblicazioni non ho detto niente in famiglia; ci ho preso gusto e ho voluto fare tutto io. Per il libro inviato ad Avola (impaginato in QuarKXPress 8 e salvato anche in PDF), da buon incosciente – e presuntuoso –, ho preferito sbrigarmela da solo pur sapendo di svolgere un lavoro da dilettante. Non sono un professionista grafico, sì certo, ma neppure una schiappa, almeno questa è la mia considerazione. Vincent Van Gogh, disse: Faccio sempre ciò che non so fare, per imparare come va fatto. E così faccio anch’io, nel mio piccolo.

Vabbè, dovrò sentirmi rimproverare da Marika, come quattordici anni fa che la tenni all’oscuro del progetto puntando sull’effetto sorpresa finale consegnandole una copia? Della serie: c’è una grafica editoriale in casa e non la coinvolgi… sei masochista? In ogni caso stare accanto a una professionista qualcosa si apprende e se ne fa tesoro, salvo che si sia duri di comprendonio… e non mi sembra di esserlo, anche perché con il Macintosh me la cavo benino: mi ha insegnato proprio mia moglie. È ovvio che io non sono in grado, nel modo più assoluto, d’impaginare come ha fatto Marika il libro sul Cammino Portoghese, perché io sono un dilettante che tuttavia riesce a fare delle cose più ordinarie e non complicate come quella. A ogni buon conto, per lo scopo che mi prefiggo il mio livello di capacità penso che sia sufficiente: non avevo in programma cose sofisticate, anche perché mentre la copertina è a colori (quadricomia + fondo) tutto l’interno è in bianco/nero… sempre per risparmiare sui costi. Per il testo ho usato il corpo 10, come già feci per i precedenti miei due libri cartacei, con l’unica differenza che adesso preferisco il font Times New Roman perché è più universale.

Riguardo alla numerazione delle pagine ho adottato l’identico modo che già feci per “Giramondo libero - In viaggio con la Vespa o con lo zaino”: è piaciuto, perciò tanto vale ripresentarlo. Nell’impaginazione mi sono attenuto, ancora una volta, all’impostazione classica dell’editoria: i capitoli iniziano sempre sulle pagine dispari, e il primo rigo in alto dev’essere intero salvo nei casi che si tratti di titoli, date, dialoghi o note… ma mai in un discorsivo normale. Poi è chiaro che, volendo, queste regolette si possono infrangere ma in tal caso ciò funziona nei tascabili e in certi libri che hanno degli arricchimenti grafici particolari, come del resto ha fatto Marika in maniera stupenda per “Papà, andiamo a Santiago? – Padre e figlia sul Cammino Portoghese”.

 

Ecco la sinossi:

In “Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio” c’è quasi mezzo secolo di viaggi... rincorrendo il mondo: l’idea iniziale era di presentare un unico volume ben corposo. Solo che sarebbe un libro troppo lungo e difficile da vendere. Tutto questo ha portato a una soluzione concreta: considerando che c’è tantissimo materiale, anziché farne uno solo con troppe centinaia di pagine – una cosa tra l’altro utopistica – si pubblicano due libri. Di solito questa soluzione è più gettonata per la narrativa, ma può funzionare anche per una sorta di diario di viaggio… come in questo caso. I due libri sono una staffetta, un unico filo conduttore, perciò questo è la continuazione di “È meglio che vada sulle vie del mondo – Dalla Vespa allo zaino, dal sacco a pelo al trolley” .

Il progetto di Giorgio Càeran passa dai viaggi fatti su una vecchia Vespa 200 Rally alla volta sia di Capo Nord (1976) sia dell’India. Quest’ultima avventura, in sella alla solita e acciaccata Gigia, è durata 334 giorni verso Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e Nepal: 23.084 chilometri, dal 21 agosto 1977 al 20 luglio 1978.

Si narra anche di autostop fatti nel deserto del Sahara su diversi veicoli compreso un camion strapieno fino all’inverosimile, di viaggi faticosissimi su deteriorati tassì-brousse e su sovraffollati treni nell’Africa nera, di navigazione dei fiumi dell’Amazzonia su spartani battelli (mangiando cibi cotti con l’acqua del rio), autostop in Patagonia e nella Terra del Fuoco, esperienze nel profondo Cile, viaggi sulle Ande boliviane e peruviane, visita alla miniera di Potosì, disavventure in Madagascar, strane vicissitudini nelle Filippine, il Cammino Portoghese fatto assieme alla figlia adolescente, il ritorno in Portogallo ma stavolta con la moglie, l’autostop nel 1979 verso la Sicilia, l’incontro con il figlio di Roberto Patrignani o il ritrovarsi dopo tre decenni con un amico di gioventù.

Oltre a questi racconti, sono pure incluse informazioni e consigli pratici da ritenersi preziosi per un giovane che voglia avventurarsi ovunque nel pianeta, senza appoggiarsi a una struttura organizzativa. Alcuni sono viaggi all’avventura, ma un’avventura semplice e più a misura d’uomo dove non è necessario trasformarsi nel Rambo della situazione.

Càeran di viaggi ne ha fatti parecchi, nelle maniere più impensabili; è passato dalla Vespa allo zaino (sempre con il sacco a pelo appresso), alle scarpe da trekking, per poi trovarsi con lo trainare un trolley. I suoi innumerevoli appunti sono un invito a scuotersi dal torpore della solita routine, per armarsi del proprio entusiasmo e partire per luoghi lontani e assai diversi dai nostri. 

 

 

Informazioni su come acquistare questi ultimi due libri

Considerando che “È meglio che vada sulle vie del mondo - Dalla Vespa allo zaino, dal sacco a pelo al trolley” e Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio” sono due libri collegati tra loro… va da sé che andrebbero letti entrambi e non uno solo dei due. Di solito le coppie viaggiano assieme e se rimangono separate sembrano zoppe.

Faccio una sintesi, iniziando con la prima scheda tecnica.

* titolo: “È meglio che vada vie del mondo - Dalla Vespa allo zaino, dal sacco a pelo al trolley

– autore: Giorgio Càeran

– Aletheia Editore, di Verona

– pubblicato a luglio e a settembre 2020

– 540 pagine

– formato cm 15 x 21

– prezzo di copertina: 19 euro.

 

 

Ecco l’altra scheda tecnica.

* titolo: “Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio

– autore: Giorgio Càeran

– Libreria Editrice Urso, di Avola (in provincia di Siracusa)

– pubblicato a dicembre 2020

– 280 pagine

– formato cm 17 x 24

– prezzo di copertina: 18 euro.

 

Chi volesse acquistare questi due libri legga con attenzione ciò che è scritto sotto la foto delle due copertine accoppiate.

 

Un’idea pazza inizia a rullarmi in testa

Adesso ne sparo una grossa, talmente grossa… che forse non si realizzerà mai. Che cosa? Mi domando: e se facessi ciò che avevo in mente sin dall’inizio? L’idea iniziale, rammento, era di presentare un unico volume ben corposo. Solo che avevo considerato che diverrebbe un libro troppo lungo e difficile da vendere. Innanzi tutto perché il prezzo di copertina, deciso in base ai costi di stampa e quindi sul numero di pagine, sarebbe alto. Inoltre è ben difficile che i librai accettino libri così voluminosi. Le regole dell’editoria italiana attuale – che si dirige in libri sempre più corti a causa del poco tempo del lettore medio d’oggi – impongono dei tetti massimi da non superare. Tutto questo mi ha portato a una soluzione concreta: considerando che ho tantissimo materiale, anziché farne uno solo con centinaia e centinaia di pagine – una cosa tra l’altro utopistica, come ho spiegato – ho ritenuto giusto pubblicare due libri con dei formati diversi. In genere questa soluzione è più gettonata per la narrativa, ma io ho pensato che possa funzionare anche per una sorta di diario di viaggio… come in questo caso. I due volumi, pur con titoli, numero di pagine e formati diversi, hanno tre capitoli uguali: la presentazione, l’introduzione e i saluti finali… perché sono un unico filo conduttore.

Ebbene, a missione compiuta… perché non tornare a considerare l’dea iniziale? Ossia unire questi ultimi due libri e farne uno solo (il più bello in assoluto), ancora con il formato 17 x 24 centimetri; con il corpo 10, come già feci sia per i primi miei due libri cartacei sia pure per questo. E, esattamente come in “Una Vespa, uno zaino, un sacco a pelo, un viaggio”, userei di nuovo il font Times New Roman perché è più universale. Del resto, io con i lunghi testi punto sempre su un corpo 10, altrimenti diventa poi un’enciclopedia. Il problema spinoso è: quante pagine saranno? Devo prima impaginarlo, per rispondere, ma senzaltro saranno più di 500. E non è detto, anzi sarà senz’altro così, che quest’idea non vedrà mai la luce. Pazienza. Mal che vada farò una bella impaginazione solo per me stesso, per una mia soddisfazione. Ah, e che titolo dovrebbe avere? È l’ultimo dei problemi; l’unico appiglio potrebbe ruotare attorno al mezzo secolo rincorrendo il mondo, o qualcosa di simile. E se trovassi uno sponsor per la pubblicazione? Se così fosse, in poco tempo sarei già pronto per la stampa… anche se, va precisato, adesso me la prendo con calma: non ho fretta. Potrei aspettare anche un paio di anni, anche perché non ho più tabelle da rispettare.

 

 

SOMMARIO del 1° LIBRO

 

– Mi presento

 Introduzione

– I miti del passato, su Lambretta Vespa

– Amarcord del mio viaggio verso Capo Nord (luglio 1976)

– Agosto 1977. Verso l’Iran (viaggio in Vespa alla volta dell’India)

 – Dicembre 1977. Kurdistan turco (i cani dei nomadi hanno tentato di aggredirmi)

– Aprile 1978.  Dall’Iran al Pakistan (viaggio in Vespa verso l’India)

– Aprile / Maggio 1978. Dall’India a Kathmandu (viaggio in Vespa verso l’India)

– Maggio / Giugno 1978.  Nel cuore dell’India (viaggio in Vespa)

– Giugno / Luglio 1978 – Da Tehran a Venezia (viaggio in Vespa alla volta dell’India)

– Luglio / Agosto 1979. In autostop verso la Sicilia

– Agosto 1980. Austria

– Dicembre 1984. Un Natale a Nefta (da Tunisi ad Abidjan, Dakar e Rabat)

– Dicembre 1984. Algeria (da Tunisi ad Abidjan, Dakar e Rabat)

– Gennaio 1985. L’attraversata del Sahara (da Tunisi ad Abidjan, Dakar e Rabat)

– Gennaio 1985. Lungo il Niger (da Tunisi ad Abidjan, Dakar e Rabat)

– Gennaio 1985. Nel golfo di Guinea (da Tunisi ad Abidjan, Dakar e Rabat)

– Gennaio / Febbraio 1985. Viaggio in treno per Dakar (da Tunisi ad Abidjan, Dakar e Rabat)

– Febbraio 1985 – Marocco (da Tunisi ad Abidjan, Dakar e Rabat)

– Nove raccomandazioni classiche

– Luglio / Agosto 1991.  Giava, Bali, Mosca

– 2017. Sul ponte tibetano chiamato ponte alla luna

– 2018. Matera

– FEBBRAIO 2019. L’incontro con Franco Patrignani

– Sergio Stocchi e la trattoria Zia Carlotta

– Facebook e il suo mondo

– Dopo 34 anni rivedo un amico, che mi fa pensare alla bella storia dell’aragosta e alle coincidenze – Alcune mie canzoni che depositai alla S.I.A.E.

– Tanti saluti

 

 

 

SOMMARIO del 2° LIBRO

 

– Mi presento

– Introduzione

– Ottobre 1987. La navigazione del rio Ucayali (attraversata del Sud America)

– Novembre / Dicembre 1987. Da Belém a Buenos Aires (attraversata del Sud America)

– Dicembre 1987 / Gennaio 1988. Il sud del Sud America (attraversata del Sud America)

– Febbraio 1988. Puerto Montt e dintorni (attraversata del Sud America)

– Febbraio Marzo 1988. Paesaggi andini (attraversata del Sud America)

– Vespa e sacco a pelo con zanzariera

– In Turchia, quando scelsi l’itinerario a sud anziché quello a nord

– Il giramondo su due ruote (a cura di Nino Bomba Redichel)

– Settembre / Ottobre 1990. Madagascar

– C’è chi molla tutto e gira il mondo

– Luglio / Agosto 1992. Filippine (viaggio di nozze)

– Agosto 1992. Verso i laghi gemelli (viaggio di nozze nelle Filippine)

– Ho ritrovato, dopo 27 anni, chi mi salvò la vita nel Madagascar

– Giugno 2013. Cammino Portoghese (con la figlia)

– 2014. Chicago, cascata del Niagara, Boston, New York

– Sono stato fortunato di essere nato sette anni dopo la guerra?

– Maggio / Giugno 2019. Di nuovo in Portogallo

– Sulla via di Pompacarini, tra logica e magia

– Un’analisi sul precedente libro

– Tanti saluti

sabato 31 agosto 2013

I viaggi importanti, preferisco farli da solo

Spesso mi sono chiesti pareri sul perché prediligo (o meglio: prediligevo – indicativo imperfetto –, giacché parlo al passato) i viaggi solitari. L’ho già ripetuto in più occasioni, ma a quanto pare non è sufficiente, forse anche perché è ben difficile che la gente – giustamente – stia tanto tempo a leggere la marea di commenti che invadono il lettore. Detto ciò, affermo per l’ennesima volta un mio vecchio concetto sul perché ho fatto in solitudine diversi viaggi.
Io, tanto per evitare malintesi, non desidero essere trascinato, ma semmai trascinare. E poi mi piace vivere da solo le esperienze in terre nuove, sia quelle positive sia quelle negative; desidero essere padrone di me stesso: è un bisogno inspiegabile, un piacere che non si vuole dividere con chiunque altro, un bisogno assoluto di non essere condizionato. In definitiva, ottimi compagni lungo la strada s’incontrano. In quei momenti sì che è bello dividere delusioni, gioie, sensazioni… poi ciascuno prosegue per la sua meta. L’incontro fra viaggiatori solitari dà un robusto stimolo psicofisico, viceversa un compagno fisso di viaggio è sempre un’incognita che può diventare parecchio spiacevole. Inoltre, l’essere solo in certe circostanze tempra il carattere: si è costretti a provvedere in tutto e per tutto alle proprie esigenze e perfino a vincere la paura. E poi c’è un’altra cosa: la gran voglia di muovermi in maniera indipendente, evitando probabili contrasti sulle decisioni da intraprendere. Io non volevo né essere un generale, né tantomeno un “SignorSì”. A volte, per ogni piccola scelta, si rischia di litigare o quantomeno di perdersi in discussioni sterili: infatti, due persone, anche se isolate da tutti, spesso sono in contrasto tra loro, perché ci sono due idee, due esperienze, due decisioni diverse che scatenano malumori. C’è chi vuole oziare e chi invece preferisce andare altrove, in questi casi che si fa? No, meglio evitare tutto quanto e decidere per conto mio, giusto o sbagliato che sia.
Il mio è stato un viaggiare con il gusto della curiosità e della scoperta, ricco di contatti spontanei e non accademici, con la possibilità di fare un confronto fra il proprio modo di vivere, che spesso siamo portati a ritenere l’unico possibile, e quello degli altri. È una lotta ai pregiudizi, è un mettere in discussione se stessi e la propria cultura (compresa quella religiosa), è una forma di disponibilità e d’apertura verso altre culture. È un accorgersi che viaggiare da soli può essere notevolmente più bello che stare assieme a compagni che mal si addicono, a volte, con il proprio bisogno assoluto di libertà.
Insomma, è il modo di muoversi che ha sempre adottato anche il mio caro amico Sergio Stocchi (un colto spirito libero, per nulla succube di un “padrone sponsor”), del quale condivido in pieno il suo pensiero ammirandone anche le scelte di vita.
Sia chiaro che sto bene quando sono in buona compagnia, ma è bello anche stare da solo, di tanto in tanto, in particolare quando si tratta di mettere in gioco se stesso, le proprie capacità, il proprio modo di essere. Stando solo, separato dai gruppi, si ha tempo di riflettere in maniera razionale senza farsi ingabbiare dall’emotività. Sono convinto che chi non riesca mai a stare bene con la propria solitudine, chi non riesce ad accettarla e deve essere sempre attorniato da persone perché ha paura di stare (e pensare) da solo... beh, mandi in fumo una buona fetta del proprio equilibrio interiore. C’è chi sente l’esigenza – tediosa – di blaterare, purché si fugga dal silenzio (della serie: “Parla, parla ma non dice nulla”). Penso, invece, che un po’ di silenzio non guasti alle povere orecchie di chi è costretto a subire la petulanza altrui. A chi è abituato, bene o male, a cavarsela da solo, soprattutto nelle cose che contano, ha nel silenzio un aiuto a pensare.
È anche vero che la solitudine, la mancanza di veri amici con i quali dividere felicità e angosce, la mancanza del calore della propria donna, spingono a volte l’uomo sull’orlo della disperazione. Si è tentati di chiudersi in sé stessi e di vedere tutto nero. È necessario, invece, reagire alla mancanza di calore umano; è bene immaginare l’avventura che si sta vivendo come una parentesi straordinaria e incancellabile, ritrovando così la vitalità persa. Del resto la tristezza umana non deriva dall’essere soli sapendo di esserlo, semmai la melanconia nasce dall’essere soli credendo di non esserlo. Ed io, per esempio, quando avevo qualche anno in meno e me ne andavo in giro sulle vie del mondo “sapevo” di essere solo, quindi è probabile che ero più sereno di chi, pur essendo in compagnia, alla fine si sentiva più solo di me. In quelle occasioni mi domandavo che chi non sa accettare la propria solitudine, usa gli altri semplicemente come uno schermo nei confronti dell’isolamento. Soltanto se si sa vivere soli come un rapace che vola alto ci si può abbandonare a un’altra persona. Un buon rapporto (di qualsiasi legame) può esistere felice – e solamente – quando non è una stampella di una delle due persone: ognuno deve essere in grado di reggersi per conto suo, altrimenti non funziona. L’unione di due persone non è un mutuo soccorso. Certo, mi si dirà, che però è bello avere qualcuno con cui ridere e scherzare, fare progetti, visitare assieme certe località: è verissimo tutto ciò, ma non dimentico che non sempre funziona così soprattutto nei viaggi tosti e lunghi. Anzi, spesso, in quei tipi di viaggi c’è il rovescio della medaglia. Più facile da gestire la compagnia si ha, invece, quando il viaggio più che altro è una vacanza e non impegna più di tanto: in questo caso avere una persona accanto può diventare piacevole.
Come esempio sui viaggi impegnativi fatti assieme ad altri, calza giusto un aneddoto. Un mio giovane estimatore, proprio mentre stava facendo un viaggio molto interessante in Asia assieme a un suo amico, mi scrisse in tono scoraggiante che ci sono momenti in cui si chiede se avesse fatto bene a partire. Se avrà le forze per incontrare ogni giorno delle persone nuove, raccontare di sé e conoscere loro. Non sa se ha un cuore tanto grande per accogliere tante persone. Ma, soprattutto, ritiene difficile viaggiare in due e andare allo stesso ritmo di un’altra persona. Io gli risposi che è normale porsi queste domande, capita a tutti: “Tu, però, non assecondarle e vedrai che, nonostante che al momento sia difficile da accettare, in seguito ne sarai più che soddisfatto. Sì, ammetto che la tua difficoltà maggiore sia la... non solitudine. Una persona accanto a volte non è facile da gestire: ecco il perché delle mie escursioni solitarie. Però, va anche detto, ormai sei in gioco e tanto vale andare fino in fondo. Impostala così: una lezione di vita per le tue prossime escursioni fuori dall’Europa.”
La sua risposta non si era fatta attendere, con queste parole: “Sì, lo so. Tutto sembrerà più bello quando lo ricorderò. Grazie per il supporto. Anni fa ho fatto il cammino di Santiago in solitaria ed è stata la più bella esperienza della mia vita. Infatti, da allora ho sempre viaggiato solo. Questa volta, data la difficoltà del viaggio, ho pensato che in due sarebbe stato più interessante. Ma adesso capisco come la presenza di una persona che conosci t’impedisca di calarti nella dimensione di viaggio e ti fa sentire più in vacanza... Devo capire quanto riusciremo a sostenere questa cosa a lungo.”
Io, ovviamente, cercavo di scuoterlo e di trasmettergli un entusiasmo maggiore e mi auguro che abbia funzionato... perché poi non mi ha scritto più e il suo viaggio è terminato nel migliore dei modi. Tra l’altro di lui non so più niente, perché da quando è tornato non m’invia più alcun messaggio... forse perché non ce n’è più bisogno. Qual è il senso di questo aneddoto? Cercatelo voi.




mercoledì 19 dicembre 2012

Brani presi dai miei libri.



1)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO - IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO, di Giorgio Càeran:

Un viaggio motociclistico non è un tentativo di afferrare la luna dal pozzo, ma è alla portata di tutti. Non ho cercato di coprire velocemente più chilometri possibili, ma badando soprattutto a vivere un’esperienza appassionante. È necessario solamente non dimenticare mai che nessun viaggio del genere va fatto alla leggera. Oramai non è più possibile definire un raid “eccezionale”, quindi considero i miei viaggi esperienze che mi hanno dato molto, che mi sono state assai utili e nient’altro. Ho potuto constatare che quelle prove così difficili sono servite a migliorare un po’ il mio carattere, a rafforzarmi, a farmi formulare poi, a posteriori, un giudizio più riconciliato con la vita.



2)   TRATTO DAL LIBRO “UNA VESPA, UNO ZAINO, UN SACCO A PELO, UN VIAGGIO”, di Giorgio Càeran:

Quando mi sento libero mi approprio della vita, sapendo di non essere un robot con il cervello disseccato e privo di qualsiasi capacità di provare emozioni. Lo so che la libertà autentica è un’utopia, ma un poco in essa devo pur credere, perché c’è una possibilità d’essere libero. È giusto pensare al proprio benessere, ma ancor più giusto è sperimentare ogni tanto una vita colma di fascino e d’imprevisti.

Ci sono inculcati tanti falsi valori quali “valori reali”, perciò spesso finiamo, a torto, di credere che la felicità sia il materialismo o la vincita al lotto. Poi però qualcosa dentro di noi dice NO, non è vero! La verità non può essere questa, c’è altro da cercare e da scoprire. Vivere, però, sognando a occhi aperti serve a poco: bisogna cercare di realizzare ciò che si desidera se davvero si desidera... affinché si eviti che la luna diventi un sogno per chi, in realtà, non ha sogni. È per ciò che ogni tanto c’è chi s’imbarca su una zattera o su uno scooter e parte: solo alla ricerca, in fondo, di qualche particella di verità.



3)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO - IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, di Giorgio Càeran:

L’umanità non è una produzione in serie di oggetti modellati nella stessa misura e forma. Ci sono individui che si differenziano dagli altri non per potenza e ricchezza, bensì per coraggio: coraggio nel difendere i propri ideali, coraggio nel combattere i nemici dell’ecologia, coraggio di dire NO alla civiltà dei consumi superflui, coraggio di condannare chi, con falso coraggio, fa di un villaggio un cimitero di trucidati; coraggio di gridare NO a chi approva l’invasione “preventiva” di nazioni sovrane; e ancora coraggio d’amare l’avventura e a volte soffrire per essa. Il coraggio è ciò che più ammiro in una persona, che sia politicamente in lotta contro i regimi repressivi (coraggio sociale), o che proceda verso nuovi orizzonti (coraggio individuale): non posso che constatare con gioia che tante persone, spesso con mezzi inadeguati, raggiungono mete impensate. Ho ammirazione per i primi temerari delle macchine volanti, per i primi esploratori dei Poli, delle foreste, degli oceani, dei deserti, delle più alte vette delle montagne; e per tutti quegli uomini che, appunto con coraggio, hanno fatto dell’avventura una ragione di vivere.

Una delle molle interiori che fa scattare l’inesauribile desiderio di partire, di conoscere nuovi mondi e nuovi popoli, è la voglia di staccarsi da tutto ciò che nasce dalla rigida routine d’ogni giorno. È la ferma volontà di lasciare la massa della gente – spesso mediocre e ipocrita – che troppe volte isola e raramente unisce, per riflettere tranquilli in una solitudine cercata e voluta. C’è pure la profonda convinzione che una volta tanto si possa abbandonare un posto di lavoro sicuro, per cercare le risposte ai nostri intimi “perché?”, che formuliamo osservando certe dure leggi della vita senza comprenderle e anche, perché no, per scrollarsi di dosso i consigli dei conservatori benpensanti: «frenati, attendi, pazienta, rassegnati ad accettare il tuo posto nella società, non tentare di modificare il corso del destino, non lasciare la vecchia via per la nuova.» Certo regole d’oro, ma di tanto in tanto evadere dalla realtà d’ogni giorno diventa una necessità insopprimibile.



4)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO - IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, di Giorgio Càeran:

L’arte del saper viaggiare include, soprattutto nei Paesi tropicali ed equatoriali, la pazienza di mercanteggiare di fronte alle sparate di prezzi assurdi, e chi non lo fa (o lo fa raramente) ha compreso poco dei costumi locali e delle abitudini in uso in determinate nazioni. Immedesimarsi nella quotidianità dei nativi significa, fra l’altro, considerare il tempo come un amico e non come un qualcosa di sfuggevole, con il rischio di rimanerne imprigionati. Mercanteggiare per l’acquisto di un prodotto, per il prezzo di un hotel o per l’autobus significa avere tempo, pazienza e tolleranza verso la gente del posto. Significa accogliere le loro abitudini, facendosi quindi accettare meglio.



5)   TRATTO DAL LIBRO “È MEGLIO CHE VADA SULLE VIE DEL MONDO - DALLA VESPA ALLO ZAINO, DAL SACCO A PELO AL TROLLEY”, di Giorgio Càeran:

È meglio essere circondati da chi abbia girato il mondo, anziché da chi pensa che l’intero mondo giri intorno a loro. E, analizzando ancor di più, ho una simpatia per chi fa i viaggi lenti. Viaggiare veloci si diventa come dei pacchi postali, mentre il vero viaggio va assaporato con lentezza; il piacere della scoperta del mondo va sorseggiato piano e non trangugiato tutto in un colpo. Solo così il ritorno a casa al termine dogni viaggio diventa la fine di un sogno agitato, emozionante e irripetibile.



6)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO - IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, di Giorgio Càeran:

Viaggiando non ci si deve accontentare di poco, quando invece si può avere molto in fatto d’emozioni e di conoscenze, che rimarranno dentro di noi e che nessuno potrà mai comprendere fino in fondo. Si viaggia per se stessi e non certo per avere il plauso delle persone sedentarie, che considerano i viaggiatori come gente strampalata. A volte mi domando se i tipi cosiddetti “normali” siano quelli come me, oppure gli altri… chissà! L’amore per i viaggi ha un prezzo che si paga con tanti sacrifici (licenziamenti, permessi non retribuiti, separazione sia pure momentanea dalle persone alle quali si vuole bene, rischi di ogni genere, incertezza per ciò che accadrà al ritorno a casa… tutte cose che gli “altri” non sono in grado di comprendere né di provare; oppure, se le comprendono, non hanno il coraggio di affrontarle).



7)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO - IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, di Giorgio Càeran:

Mi posso considerare, come direbbe Goethe, un supplemento di tutti gli altri viaggiatori-narratori che mi hanno preceduto nei loro viaggi, fatti in quegli stessi Paesi che pure io ho avuto la fortuna di visitare.



8)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO - IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, di Giorgio Càeran:

Si vive in una società altamente tecnologica, dove perfino le evasioni dal meccanismo quotidiano sono monopolizzate dall’alto. Siamo sommersi dalle campagne martellanti a favore della libertà; però quando un cittadino stacca dalle proprie spalle la sigla di “ape operaia”, quando s’identifica nella libertà tanto propagandata… allora è bandito dall’ingranaggio sistemistico, nel quale il denaro differenzia le persone. Ed ecco che le pecore si trasformano in lupi, pronti a sbranare il perturbatore della quiete pubblica.



9)   TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO - IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, di Giorgio Càeran:

Prima pensavo che il bisogno di evadere fosse qualcosa che si agita nel sangue quando si è giovani, ma mi sbagliavo: questo desiderio, se è solido, resta dentro e cresce con noi nel tempo e si realizza finché le forze fisiche e mentali lo consentono. Sì, l’avventura è in primis una questione psichica: quanto la vogliamo e quanto l’amiamo? Quanti sacrifici siamo disposti a fare per goderne i piaceri? Quanto è viva la nostra pervicacia nel superare gli imprevisti, che qualche volta possono diventare brutti e fastidiosi? Quanto tempo lasceremo passare dopo la fine di un viaggio, senza essere tentati di nuovo dal desiderio di ripartire verso altri luoghi? L’amore per l’avventura non è questione d’età, ma di eventuali richiami per altre scoperte: si può cercarla e viverne intensamente a vent’anni come a trenta, a quaranta e oltre ancora. Tutto dipende da quale condizione psicologica si affrontano le esperienze che si presentano.



10)  TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO - IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, di Giorgio Càeran:

Qualcuno può chiedersi perché rinunciare a viaggi organizzati tanto comodi, alle crociere sui transatlantici, ai buoni hotel… già, perché? Perché non viaggiare con un’automobile per sentirsi almeno un po’ più sicuri in simili viaggi? Perché, dunque, per andare in India ho scelto l’identica Vespa con la quale l’anno precedente giunsi a Capo Nord? Forse perché mi piace cavalcare il vento, libero in quel poco di libertà che ancora rimane all’essere umano (soprattutto adesso, nell’era della “globalizzazione”). Ci sono cose che desideriamo tanto, forse ignorandone il motivo profondo.



11)  TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO - IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, di Giorgio Càeran:

Io sono un amante dei viaggi lunghi e preferirei evitare i percorsi realizzabili in pochi giorni, perché questi ultimi li considero vuoti e incapaci di darmi quel che cerco. Ci vuole parecchio tempo per captare alcuni stati d’animo e certe sensazioni, ed è quasi impossibile coglierli al volo.

Quanto a chi viaggia in tempi brevi mi è difficile pensare a un viaggio di venticinque giorni soltanto, durante il quale più che altro si macinano migliaia di chilometri. In un arco di tempo così breve io mi limiterei a scegliere un itinerario corto, anche se in effetti in venticinque giorni, volendo, si possono attraversare i continenti… sì, ma come? Non credo che in un mese si riesca a scoprire gran che di altre popolazioni, né mentalità, né usanze. Può sembrare esagerato fare un viaggio di undici o sette mesi, ma non è così: il tempo corre veloce e ci si rende conto che c’è ancora tanto da vedere e da conoscere. Attraversare velocissimamente un continente, alla Speedy Gonzales, non mi attira per niente e se ho poco tempo a disposizione evito di partire.



12)  TRATTO DAL LIBRO “GIRAMONDO LIBERO - IN VIAGGIO CON LA VESPA O CON LO ZAINO”, di Giorgio Càeran:

Programmare un viaggio, perfino nei particolari, non è un’abitudine dei veri viaggiatori, come non è loro abitudine vedere tutto frettolosamente per mancanza di tempo. È questo il punto: per me aspettare ore per ottenere un passaggio sui più scalcinati mezzi locali non è perdere tempo, ma al contrario mi aiuta ad approfondire le mie conoscenze sulla realtà del luogo… anche se a volte può non essere piacevole. In ogni caso, si sussurra che sapere aspettare vuol dire sapere pensare. Giusto. Quando si hanno pochi giorni a disposizione si rischia di fare gli ingordi, correndo come matti nevrotici, schiavi della superficialità prodotta dal consumismo occidentale. In questi casi ci si muove pure all’avventura, però con i portafogli grossi così, senza di cui non ci si sposterebbe di un metro. Ho l’impressione che oggigiorno si viaggi (mi riferisco a tanti ruspanti connazionali) più per dovere e per vanteria, che per avere contatti con i nativi. E per contatti intendo quelli con la gente comune del luogo, e non certo con gli albergatori, gli agenti di viaggio, le guide odiosamente saputelle, eccetera... eccetera...



13)  TRATTO DAL LIBRO “È MEGLIO CHE VADA SULLE VIE DEL MONDO - DALLA VESPA ALLO ZAINO, DAL SACCO A PELO AL TROLLEY”, di Giorgio Càeran:

Penso alla molla che mi fece scattare la passione del viaggio e nacque durante i tre anni di collegio (arti grafiche) che vissi a Roma, in quel periodo ci furono due segnali precisi che m’infiammarono:

1)  vedere giovani europei seduti sui gradini di Piazza di Spagna, con sacchi a pelo e zaini;

2)  il film “Easy Rider - Libertà e paura”, uscito nel 1969 (quando io avevo diciassette anni).

M’immedesimavo in sella a una di quelle due moto chopper e guidare verso nuovi orizzontiEcco, queste sono state, per me, le due scintille che mi scatenarono l’entusiasmo per i viaggi... ma viaggi di un certo tipo, pieni di emozioni forti.



14)   TRATTO DAL LIBRO “UNA VESPA, UNO ZAINO, UN SACCO A PELO, UN VIAGGIO”, di Giorgio Càeran:

Sono venuto al mondo nel 1952, ossia sette anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. C’era parecchia povertà diffusa in quegli anni… ed io sono nato in provincia di Como a ventotto chilometri da Milano, figuriamoci chi viveva nel meridione dove lì si stava molto peggio. In casa non c’era granché e ciò che c’era doveva bastare, senza discussioni. Punto. Adesso si sostiene che ci si accontentava di poco, non come adesso che si è incontentabili. Balle! Ci si accontentava per forza, perché cos’altro c’era? Mica c’era internet, smartphone e tutto il resto che oggi è cosa normalissima… ma allora era inesistente. Alla mia epoca una viva emozione fu lo sbarco sulla Luna e quella serata favoleggiante di luglio la ricordo bene: avevo diciassette anni e qualche sogno in testa ma nulla di più. Voglio dire: non dipingiamo la mia generazione come chi sapeva accontentarsi di poco, non aveva vizi, eccetera. Se ci fossero state tutte le tentazioni odierne, anche noi ci saremmo comportati così. Se non proprio tutti, ma una buona fetta di noi sì.

Se mi si chiedesse quale sia stata la delusione più grossa di gioventù, risponderei che fu la figura di Mao Tse Tung, anche se ciò lo dedussi anni dopo. Mentre, al riguardo dell’illusione più sentita (e poi svanita), sempre di quel periodo… beh non posso che pensare all’uccisione di Ernesto “Che” Guevara De la Serna: ne fui molto afflitto.

Ho un ricordo di quando avevo quattro anni: ero a Bergamo, dalla bàlia, e dovevo portare una busta d’insalata verso la casa vicina. Solo che anziché andare a sinistra, svoltai a destra e così mi persi. Vagavo per il centro della città, con il sacchetto d’insalata che un po’ si perdeva lungo il cammino... ma ero tranquillo. Poi mi raggiunsero due poliziotti con le proprie moto, ma io non volli salirci sopra e quindi dovette arrivare una macchina della polizia per portarmi finalmente dalla bàlia. Rompevo già le scatole a quattro anni, a quanto pare.



15)  TRATTO DAL LIBRO “LA VIA DELLE INDIE IN VESPA”, di Giorgio Càeran:

Purtroppo il 31 maggio 1982 è morto a Lecco, all’età di 52 anni, Carlo Mauri. Egli, coraggioso vincitore famoso in tutto il mondo, è stato sconfitto dall’unica cosa invincibile per tutti: la morte. Ho sempre nutrito una particolare stima per lui, l’ho sempre considerato un modello di vita da seguire fino al punto che, con un certo orgoglio, gli ho chiesto di stilarmi la prefazione di questo mio diario di viaggio. Non posso che rammentare con un piacere intimo il giudizio favorevole espresso da Mauri sul mio modesto dattiloscritto. Egli ha rivisto nelle mie righe la stessa ingenuità, le stesse sensazioni, la stessa voglia di conoscere che accompagnarono lui in diverse sue avventure. Mauri ha rivissuto nei miei scritti l’emozionante itinerario a cavallo sulle tracce di Marco Polo percorso nel 1973 con il figlio Luca, toccando in buona parte le identiche località da me viste. È stato sempre piacevole discutere con Carlo Mauri delle nostre avventure asiatiche che, seppure in modo diverso, entrambi abbiamo affrontato e superato positivamente: lui in maniera più organizzata, io affidandomi più all’improvvisazione. Non posso che concludere con una sua frase colma di significato: «Solo finché si vive si può godere del rischio, anche di morire.»